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Capolavori in cantina

Pittura


ll nuovo allestimento della Galleria d'arte moderna di Torino (1992-2008)

La prima galleria d'arte moderna nata dopo l'unificazione dell'Italia è stata quella di Torino.
Il regolamento istitutivo del museo (1863) teneva conto dell'importanza storica delle raccolte torinesi e il nuovo regolamento (1992) di fatto si rifà a quello originario. Tuttavia ad ogni cambiamento di gestione si assiste alla sistematica riduzione dello spazio destinato alle collezioni del tardo Settecento e dell'Ottocento.
Il pretesto è sempre lo stesso: lo spazio è limitato e la Galleria per conservare una facciata di modernità deve sacrificare il vecchio per fare posto al nuovo. Invece di trovare nuovi spazi per il nuovo si elimina il passato.

Lo scopo prioritario delle raccolte destinate al grande pubblico era quello democratico di educarlo attraverso l'esposizione di "dipinti, scolture ed incisioni antiche o moderne". Questo scopo altamente formativo sta via via scomparendo per quanto riguarda il nostro patrimonio artistico passato. Ecco alcuni esempi. Se si vuole capire l'evoluzione della pittura di paesaggio a partire dall inizio dell'Ottocento per arrivare all'inizio del nostro secolo, si deve essere in grado di vedere come dal pre-romanticismo di un Bagetti, percorrendo l'opera di De Gubernatis (un dilettante!), si arrivi al romanticismo dichiarato di un Camino o di un Perotti o di un Francesco Gamba.

(a destra, De Gubernatis, Paesaggio nella bufera)

De Gubernatis-Paesaggio nella bufera
Carlo Pittara-Le-imposte-anticipate

Dal paesaggio romantico inventato di un D'Azeglio al paesaggio realistico piemontese il cammino è molto lungo, non tanto negli anni quanto nel mondo delle idee. Se non si ha la possibilità di vedere i passaggi intermedi con tutto il loro travaglio il salto è quasi incomprensibile.

Dove è andata a finire la poesia campestre, ad esempio, del generoso Beccaria? In cantina!
La scuola di Rivara ha molteplici aspetti che non devono essere trascurati.
Anche il paesaggio storico "realistico" del Pittara è finito - ormai sono anni - in cantina.
Si dirà: non incontra più il nostro gusto. Ma non è una giustificazione, perché è un documento e come tale deve essere sempre accessibile e non solo agli specialisti. Proprio dall'analisi di tali documenti si arriva a capire la nascita delle
Imposte anticipate del Pittara e del paesaggio che rispecchia e si identifica con la questione sociale, fino ad arrivare a Pellizza da Volpedo e all'impegno politico dei divisionisti, che erano controllati dalla polizia e considerati pericolosi sovversivi.

(a sinistra, Carlo Pittara, Le imposte anticipate)

Non si deve dimenticare che ancora per tutto l'Ottocento il dipinto con soggetto storico, che ebbe da noi tanta fortuna con lo stile troubadour del D'Azeglio e del Migliara (in cantina) fu sempre tenuto in grande considerazione; anzi, era la prova più difficile che il pittore doveva affrontare prima di licenziarsi dagli studi accademici. Ricordiamo che all'Accademia l'insegnante di storia per i pittori fu per un periodo più o meno lungo il Giacosa; non si insegnava solo la storia, ma anche il costume: come, infatti, si può mettere una spada del Seicento ad un guerriero del Quattrocento? O un gioiello del Settecento ad una dama del Trecento? Ora nessuno più se ne accorge; ma allora la committenza era colta e non tollerava tali errori.

Così tanta produzione di Delleani, Gonin, Quadrone, etc. non è più visibile. E pure il gusto per gli interni di chiese e di monumenti di un Bisi non si può più osservare e diventa molto difficile a comprendere da dove derivi il gusto piemontese di un Avondo, sottile e coltissimo, di un Pasteris e di tutti gli altri pittori della cerchia per il Gotico che porterà poi di fatto al Castello del Valentino.
Proprio da costoro scaturisce l'opera di recupero, restauro e conservazione del passato storico del Piemonte e della necessità della sua valorizzazaione dopo secoli di abbandono da parte della cultura ufficiale.

(a destra, Giovanni B. Quadrone, Ritorno dalla caccia, 1896)

Giovanni B. Quadrone-Ritorno-dalla-caccia

Inoltre si perde la conoscenza della superba abilità tecnica che tutti questi pittori avevano e che si riscontra anche in artisti non specializzati nel genere come Celestino Gilardi. Resta anche incomprensibile il tardo romanticismo di un Fontanesi (per il quale fu istituita appositamente la cattedra di paesaggio all'Accademia) se non si segue a passo a passo l'evoluzione della sua poetica dagli anni giovanili, ben documentata in cantina; né si può afferrare la comparsa del paesaggio simbolico che ci porta anche a Pellizza.
Mancando la documentazione non ci si rende conto di quanto la pittura paesaggistica piemontese sia ancorata a movimenti internazionali, pur mantenendo sempre una sua peculiarità e il suo alto valore pittorico (si pensi ad esempio alla scuola di Barbizon). Come si può negare l'affinità, che non è dipendenza succube, di questi pittori con maestri come Calame, Ravier, Corot, Lorrain, Ruysdael, Turner, Courbet, Rousseau, Daubigny, etc. ? Provinciale la pittura piemontese dell'Ottocento? Non si direbbe! La qualità poi di molte nostre opere non è di certo inferiore.

Giacomo Grosso-ritratto-Toscanini

Discorso analogo si può fare a proposito del ritratto: dove sono andati a finire i Sala, i Cerruti, (perché mai si è restaurata la splendida cornice originale del Ritratto di Ignoto ?), i Gordigiani (l'ineguagliabile a cui fu commissionato il ritratto della regina Vittoria: gli inglesi lo ammirano, qui lo si dimentica), i Boldini (incredibile!), i Minella (La Pensierosa è un'opera di altissima qualità fuori da ogni accademia), i Rapisardi, i Piccio, gli Zona, i Grosso (il ritratto di Delleani è un vero capolavoro), etc. ?
La risposta è sempre la stessa: in cantina!
Con molta difficoltà si può inserire nell'evoluzione del linguaggio pittorico la ritrattistica di un Pellizza.
Che cosa ci sta a fare, infatti, un Tallone, l'unico suo vero maestro, se non lo si inserisce nella compagine di altri pittori ritrattisti? Grosso era un suo amico e insieme coltivarono il gusto per il ritratto "alla spagnola".
Ci consoliamo con un ritratto di Renoir di scadente fattura che già suscitò moltissime polemiche quando fu acquistato nel 1952. Non contiamo poi gli autori che sono e resteranno ormai sconosciuti: chi ha mai visto un'opera di Paolo Gaidano? (meno male che a Torino c'è una via a lui dedicata).

(a sinistra, Giacomo Grosso, Ritratto di Toscanini, 1916)

Tutto l'Ottocento aveva un sicuro metro di valutazione: la qualità dell'esecuzione, indipendente dal soggetto rappresentato, criterio ormai completamente scomparso perché ora tutti possono tutto e nessuno può indagare sull'operato. Se Falchetti, pittore di nature morte di stupefacente esecuzione, ricercatissimo anche all'estero viene messo in cantina, come può il pubblico rendersi conto di che cosa si intendesse nel secolo passato per un quadro di genere ben eseguito e perché si diffuse il collezionismo internazionale di tali lavori? Delle migliaia di disegni conservati, quanti sono accessibili? Si può dire nessuno. E delle incisioni? Idem. Eppure una esposizione ragionata di disegni quale valore didattico avrebbe! Altro che il laboratorio di pittura che ha la presunzione di trasformare degli incapaci in artisti creativi!
Delle oltre trecentocinquanta sculture quante sono esposte? Pochissime e non sempre in modo felice.
Non possiamo apprezzare infatti la sapientissima armonia di
Cuor sulle spine del Calandra, tutta giocata su un delicato equilibrio fuori asse, perché non possiamo girare attorno alla figura troppo addossata al muro, ma invece possiamo girare liberamente attorno ad un bidone di catrame esposto, opera attualissima, facendo però molta attenzione a non inciampare nelle bottiglie adiacenti di un'altra opera.
A questo punto non resta altro che sperare che
Le ombre dei grandi uomini dell'Agneni saltino fuori dalla cantina per ribellarsi. Bisognerebbe dare questo consiglio: non donate mai nulla alla Galleria perché viene messo in cantina a meno che non sia un richiamo per il mercato.
La storia è vecchia: il volgo vuole essere ingannato e tranne l'ombra dell'Agneni nessuno più protesta.

(Eugenio Gabanino)

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